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martedì 10 novembre 2009

LE MONOGRAFIE DEL VALLE, "LIBERA NOS" DI LUIGI MENEGHELLO

TEATRO SETTIMO, GABRIELE VACIS

Oggi anche direttore artistico del Teatro Regionale Alessandrino, formatore, animatore culturale, Gabriele Vacis è stato fondatore e guida per quasi trent’anni del Laboratorio Teatro Settimo, fucina di artisti da cui sono emersi o hanno collaborato, tra gli altri, Eugenio Allegri e Serena Sinigaglia, Lella Costa, Lucilla Giagnoni, Roberto Tarasco, Laura Curino, Marco Paolini, Emma Dante. Il Valle gli dedica una monografia. Parliamo con il regista, che ringraziamo della disponibilità.
Terzo Teatro, Teatro d’immagine… Una collocazione per il Laboratorio Teatro Settimo?
«Il Teatro Settimo è nato agli inizi degli anni Ottanta. In quel momento in Italia c’era una divisione, una contrapposizione molto netta, tra il Terzo Teatro che valorizzava la presenza fisica dell’attore con riferimento soprattutto a Grotowski e Barba e per contro il Postmoderno, con riferimento agli americani, più che altro Bob Wilson. Il Settimo era un elemento di congiunzione. Nell’85 il nostro spettacolo “Elementi di struttura del sentimento” metteva d’accordo i due filoni. C’era il lavoro dell’attore, vale a dire fatica fisica, sudore, carne, e una grande sensibilità visiva legata all’immagine».
Una valenza sociale come punto di partenza?
«Siamo nati con un’idea di teatro che non era fine a se stessa, non era il teatro per il teatro. A vent’anni i miei compagni e io facevamo animazione nelle scuole, nei quartieri, inventavamo azioni teatrali per rivendicare palestre che non c’erano in una città di periferia come Settimo Torinese. Volevamo cambiare la società, il mondo, utilizzare gli strumenti del teatro per cambiare una situazione di disagio».
La narrazione come elemento prioritario, la realizzazione scenica in che modo risponde al progetto iniziale?
«L’importante è avere una storia da raccontare e trovare il modo per raccontarla. Marco Paolini e io, per esempio, abbiamo cominciato a parlare del Vajont, caso emblematico diventato poi molto popolare, e non avevamo assolutamente in mente che diventasse un fenomeno televisivo. Era un racconto che all’inizio facevamo in casa di amici (“Il racconto del Vajont” ha vinto il Premio UBU nel 1995 per il Teatro Civile, ndr)».
Dialetto, cultura orale, rivisitazione autobiografica della provincia vicentina, in “Libera nos a Malo” di Luigi Meneghello  rivive tutto un tessuto sociale …
«Meneghello è uno dei più grandi scrittori italiani, un autore difficile. Nel ‘63 ha scritto “Libera nos” che parla di Malo, il suo paese d’origine. Ha potuto farlo andando a Londra. Noi riusciamo ad avere un’idea della nostra condizione soltanto quando riusciamo a stabilire un punto d’osservazione. Se ce ne andiamo, capiamo qual è la nostra patria. Come siamo veramente ce lo dicono gli altri. Andando in giro ci si rende conto che il mondo non ha una buona opinione dell’Italia, è innegabile, ma noi lavoriamo affinché ne abbia una migliore, ovvio. Credo che Meneghello sia un esempio, il suo libro è al livello delle più grandi esperienze letterarie europee del Novecento. Non è popolarissimo, ma questo non significa nulla. Non voglio far confronti, Alessandro Baricco, che vende molti libri, ha secondo me grande qualità, ma non è vero che chi ha meno popolarità come Meneghello sia necessariamente un artista minore. Popolarità e qualità non hanno relazione. Ci sono grandi scrittori che non conosce nessuno e altri che sarebbe bene non fossero così noti».
Straniamento brechtiano per proporre una visione della realtà?
«Alla mia generazione Brecht sembrava un monumento mummificato, lo si negava già. Però credo che mi sia rimasta questa idea di istituire punti di vista sulle cose. Siamo per un teatro che faccia capire il mondo anche attraverso le emozioni, ma non soltanto, che sia in grado di coinvolgere la testa oltre che la pancia. Usiamo indistintamente le parole attualità e contemporaneità. Penso che il teatro sia contemporaneo, ma non attuale. L’attualità è quello che ci accade oggi, mentre la contemporaneità è cogliere nell’attualità ciò che appartiene a ogni epoca. Il teatro non è la televisione, attuali sono i telegiornali. Viviamo oggi problemi che sono sempre esistiti. Ho fatto recentemente uno spettacolo intitolato “Supplici a Portopalo” in cui l’ultima costa siciliana è frontiera su cui approda la disperazione. Nel testo eschileo “Le Supplici” il re di Argo si interrogava se fosse giusto o no accogliere le Danaidi. Di che cosa parla la tragedia antica se non di immigrazione e respingimento? Non possiamo dire che Eschilo sia attuale, ma contemporaneo sì».
Quindi con il teatro dovremmo essere sempre dentro la classicità, classicità No Stop?
«Dovrebbe essere così, io ci provo».

4 novembre 2009 ore 20.45
Teatro Regionale Alessandrino
LIBERA NOS
di Antonia Spaliviero, Gabriele Vacis, Marco Paolini
con Natalino Balasso, Mirko Artuso
scenografia e immagini Lucio Diana
musiche  Roberto Tarasco
regia Gabriele Vacis
durata 80’
suggestioni da Libera nos a Malo di Luigi Meneghello

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