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mercoledì 28 ottobre 2009

À propos de “La Sylphide”

Beppe Menegatti e il senso nascosto del classico




Il maestro Beppe Menegatti riflette sugli intenti rivoluzionari di personalità che cambiano lo spirito dei tempi. Ha recentemente portato al Teatro dell’Opera di Roma i balletti russi della compagnia fondata nel 1909 dall’impresario Sergej Diaghilev. Guarda con lo stesso interesse ai grandi titoli del Romanticismo. La complessità tecnica del grande classico, il tutù, il languore letale, l’Ottocento suggerisce argomenti pienamente in contrasto con la contemporaneità.

Dire che ha rivisitato “La Sylphide” è corretto?
«In parte sì, la struttura vera di “Sylphide” rimane quella che è. Il capolavoro è firmato da Filippo Taglioni, un innovatore geniale».

A proposito del balletto “La somnambule”, lei fa riferimento a come cambiano la moda, le morali delle favole, le forme. In che modo si trasforma il teatro? Una parola definitiva sul classico?
«Il senso del classico, il suo messaggio, è immortale. Il riferimento ai classici riguarda prevalentemente il linguaggio. In caso, sarebbe il gusto contemporaneo a doversi adattare al classico e non viceversa... Prendiamo “Antigone” (e teniamo conto che allo stesso tempo si può parlare di “Sylphide”): è un testo che muta attraverso i secoli, addirittura le ere in questo caso, come lo si applica? Io ho 80 anni e ho constatato di persona come sia cambiato varie volte quanto a valutazione critica. Pensiamo a quando fu messo all’indice dalle armate rosse o come in alcune parti del mondo sia tuttora un testo proibito, in Iran per esempio. Il regime politico può censurare un pezzo di teatro o consentirne il successo. Dal canto suo “La Sylphide” è vasto di umori, implica il discorso dell’evasione dalla costrizione matrimoniale, la fuga da se stessi, è un’anticipazione dei temi cari al decadentismo. Conforto e ossessione, visione artefatta precorritrice dei paradisi artificiali, il sogno di James sarebbe l’equivalente della droga, in qualche modo precursore dello spleen, la dannazione offerta dall’ideal. Consideriamo che Baudelaire pubblica “I fiori del male” nel 1857, anni dopo la prima apparizione della coreografia, e compone un sonetto per la celebre étoile Amina Boschetti. Sono tutti avvenimenti collegati. Non dovremmo limitarci a giudicare soltanto la corretta esecuzione del relevé della ballerina, importantissimo del resto».

Di quale lettura si fa carico la sua regia?
«“La Sylphide” è ambientata in Scozia, presuppone le leggende dei boschi di fine 700, il mondo degli elfi. Quando lo spiritello sulle punte entra in contatto con l’umano perde le ali e arriva alla cecità, mentre James perde la sua normalità, non si sposerà più con la sua fidanzata. La crisi di non saper andare oltre se stessi è il tema fondamentale. Il sogno di Clara nello “Schiaccianoci”, per esempio, contiene un’allusione fallica, tanto che non si può prescindere da un’interpretazione freudiana. Svelare il senso nascosto del grande classico appartiene al contemporaneo».

La prima di “Sylphide” si tenne il 12 marzo 1832 al Théatre de l’Académie Royale de Musique. È lo stesso che dire l’Opéra?
«Sì, era l’edificio precedente che ora non esiste più, sostituito moralmente dall’Opéra Garnier e dall’Opéra Bastille. Stiamo parlando della stessa istituzione».

Vale per “La Sylphide”  lo stesso che per “La Somnambule” quanto alla difficoltà di ricostruire la zona coreografica o la partitura musicale?
«Il libretto di Schneitzhoeffer esiste a tutt’oggi, ci si riferisce continuamente all’originale. Quando il grande August Bournonville trasportò da Parigi a Copenaghen il balletto modificò il libretto, ma è una questione di diritti d’autore».

Chi è il vero artefice?
«L’autore non è mai una persona sola. Direi che l’autorialità si trova nel momento irripetibile, effimero, che si crea tra palcoscenico, buca d’orchestra, corpo di ballo e pubblico. C’è chi esamina la tecnica, se un movimento è giusto o non è giusto, ma lo spettacolo è un evento magico».

Di quale compito è investita l’arte?
«Le rispondo così: il critico Walter Terry paragonò l’interpretazione dell’immensa Margot Fonteyn ne “La bella addormentata” e quella di Carla Fracci in “Giselle”. In un caso affermò di aver provato la sensazione che la guerra fosse finita, nell’altro che lo spirito palpitante sul palcoscenico proponeva il senso della nonviolenza».

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