TEATRO SETTIMO, LAURA CURINO
Coprodotto dalla Fondazione del Teatro Stabile di Torino e dalla Fondazione Teatro Regionale Alessandrino, ospitato al Valle nell’ambito della monografia dedicata a Gabriele Vacis nella versione di David Mamet “Zio Vanja” racconta l’eterno scorrere della clessidra segnatempo, l’insidioso loop della coscienza ripiegata su di sé.
Parliamo con Laura Curino, attrice e scrittrice storicamente legata al Laboratorio Teatro Settimo.
Mezzi toni, rarefazione, indolenza, stallo esistenziale, ognuno di noi ha un’immagine mentale di Cechov. La regia di Vacis corrisponde al suo ideale?
«Non è che mi sia divertita mai molto a leggere Cechov, vederlo a teatro men che meno: è una sfida per noi attori. Apprezzo i racconti, ancora più difficili da portare in scena perché non cambia nulla, c’è immobilità… All’inizio non ero entusiasta della scelta: ho compiuto un atto di fiducia. Gabriele Vacis ha voluto “Zio Vanja” per l’inaugurazione del Teatro Carignano a Torino (che ha una nuova veste, è stato ristrutturato) perché è un testo in grado di passare attraverso un pubblico variegato. Ci sono dei temi forti: lo sperpero delle risorse del mondo, l’accettazione della propria esistenza, la tragedia quotidiana… Fatte salve le ragioni tematiche, potrebbe non essere interessantissimo, se però Cechov piace agli attori che mi sono cari come Eugenio Allegri e Michele Di Mauro, che lo ritengono un maestro, voglio scoprire perché. Quindi, ho pensato, possiamo accompagnarci in questo viaggio. In effetti mi sono ricreduta. Il nostro non è uno spettacolo distaccato, algido, anche se parla di sospensione. I temi che passano sono quelli cechoviani, ma evitiamo la noia nel modo di presentarli. C’è un dialogo serratissimo con il pubblico. Lo sforzo di Vacis è stato di trattare Cechov e non il cechovismo, affrontare la lentezza ma togliere compiacenza alla malinconia».
Voi tutti siete amici di vecchia data e interpreti affiatati…
«Siamo solidi perché c’è un ascolto fortissimo tra noi».
Lei come si è rapportata al testo?
«La balia è il personaggio che si fa carico della difesa del proprio tempo, è soddisfatta di quello che c’è, vorrebbe che Eléna e il professore se ne andassero, che tutto tornasse come prima, è un ruolo marginale. Durante lo spettacolo cerco di avere sempre qualcosa da fare, ascolto le parole che recitano i miei compagni e mi viene da piangere dall’inizio alla fine, perché questa condizione di blocco senza via d’uscita è struggente, disarmante. Cechov è uno spartiacque: tutto il teatro prima prevede un’evoluzione, i personaggi fanno, dicono, sono in un certo stato e poi cambiano, in Cechov tutto rimane com’è, sembra che non ci sia niente da fare, questa è la tragedia. L’unico spiraglio di salvezza è ascoltare le parole del medico Astrov».
Magnifica la scenofonia…
«Paolo Devecchi e Roberto Tarasco hanno creato un bellissimo ambiente sonoro».
Le luci in platea non si spengono mai…
«Vogliamo guardare in faccia i destinatari delle nostre battute, le persone. L’ascolto e il vedersi l’un l’altro, questa è la magia del teatro».
I personaggi rimangono in scena durante tutta l’azione teatrale, seguono da spettatori, fungono da testimoni imparziali…
«Nella versione andata in scena al Carignano c’erano le entrate e le uscite, come avviene solitamente. Poi durante una sessione di lavoro ad Alessandria, che è stata determinante, Vacis ha cancellato le quinte, quindi tutti sempre presenti in scena. All’inizio è stato uno choc, ma poi una liberazione! Fino alla fine è un unico fiato. La creatività è meravigliosa in questo senso, se non disturbi l’ascolto del testo ogni sera puoi inventarne una, modificare una relazione, un atteggiamento. La mia balia diventa a tratti solidale verso Eléna, mentre prima non lo era per niente, c’è la libertà per noi attori ogni sera di inventare. La regola è che tutto è possibile, a patto di non fare azioni o controscene che distraggano il pubblico. Nessuno gioca contro l’altro. Per me lo spettacolo è una danza, cerco di danzarlo tutto».
Prossimi impegni professionali?
«A marzo usciremo con uno spettacolo su Enrico Mattei».
dal 10 al 22 novembre 2009
repliche serali ore 20,45
17 novembre ore 19,00
15.18.22 novembre ore 16,45
Fondazione Teatro Stabile di Torino
Teatro Regionale Alessandrino
ZIO VANJA
di Anton Cechov
adattamento originale Gabriele Vacis e Federico Perrone
con Eugenio Allegri, Laura Curino, Paolo Devecchi, Michele Di Mauro,
Lucilla Giagnoni, Davide Gozzi Alessandro Marchetti, Laura Panti,
Francesca Porrini
composizione scene, costumi, luci, scenofonia Roberto Tarasco
regia Gabriele Vacis
durata 140’


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