“Due partite” scritto e diretto da Cristina Comencini, con Margherita Buy, Marina Massironi, Isabella Ferrari e Valeria Milillo, è un bilancio, uno sguardo retrospettivo, una riflessione sui limiti e le conquiste in fatto di emancipazione femminile. Quanto sono cambiate le vite delle figlie rispetto a quelle delle loro madri negli anni Sessanta e quale il quoziente di felicità rimane da valutare. Sul filo dell’ironia, al ritmo di commenti schietti e con un’amarezza accompagnata dalle parole fragili, lucide di Silvia Plath, nei due atti le generazioni a confronto raccontano l’esistenza minata da solitudine e vacuità, in cui i rapporti con l’alterità maschile sono svuotati di fascino e l’obiettivo parità è raggiunto solo in apparenza. L’esercizio di una professione incide sulla consapevolezza di sé, aiuta il principio di individuazione e realizzazione, ma non determina automaticamente successo, implica semmai un mènage dai ruoli invertiti, dall’appagamento possibilmente manchevole. La pièce diventa luogo di trasparenza emotiva, si conclude denunciando l’angoscia dell’incontro non felice tra i sessi, nonostante le migliori intenzioni. Essere donna, dalle doglie del parto denunciato come “barbarie”, alla maternità, alla carriera, vivendo passioni fiacche, tradimenti, è questa la meditazione proposta, la provocazione di un testo che cede a qualche slogan, che senza troppa modestia e con insistito anticlericalismo fà da specchio a un’umanità irrisolta. La regia mette in sequenza fondamentalmente le parole, sceglie un teatro in cui il concetto prevale sul movimento di scena, in cui l’azione è il dialogo. Sfugge il senso dell’identità, in lontananza l’eco funebre di poetiche rese, dal 7 al 23 aprile al teatro Valle.
Con il viso acqua e sapone Margherita Buy è pronta a salire in bici per tornare a casa dopo le prove di “Due partite”, che il 7 aprile debutterà al teatro Valle. Dai modi affabili e gentili, si intrattiene al bar per una breve conversazione.
Dal cinema al teatro… Dopo due Nastri d’Argento e tre David di Donatello, adesso uno spettacolo corale al femminile firmato Comencini. Il teatro è cassa di risonanza dei conflitti, scomoda metafora della vita?
«Sicuramente il teatro è un’occasione di parlare di certe cose in maniera più approfondita, senza avere paura delle parole, un’occasione di riflessione su alcuni temi. In questo caso il tema è la femminilità, l’essere donna ai tempi delle nostre madri e ora».
Chi è Gabriella?
«Gabriella è uno dei quattro personaggi, che nel primo atto ha rinunciato alla sua carriera - sarebbe stata probabilmente una grande pianista - per dedicarsi alla famiglia, soprattutto al marito che è un grande concertista. Ha rinunciato totalmente alla sua espressività, probabilmente con meno sofferenza di una donna di adesso, perché negli anni Sessanta questo era un classico. Naturalmente pensa di avere sbagliato tutto, ma senza l’angoscia che abbiamo noi ora. Non lavorare adesso è una scelta difficilissima, che pochissime fanno. Nel secondo atto io sono la figlia di Gabriella, che grazie alla madre è diventata una grandissima pianista… “deviata” in un certo senso, perché le è stato inculcato che per lavorare non doveva avere figli, non si doveva sposare. Per Gabriella è stata una grande rivincita, però tutto sommato Sara non è felice della sua vita: non ha un uomo… cioè ne ha uno, ma è debole. Lei è troppo piena di personalità e prestigio per avere un uomo accanto altrettanto importante. Sono due donne piuttosto infelici».
Rischia dei cliché con i suoi personaggi?
«Io spero di no! Purtroppo i cliché te li attribuiscono gli altri, è difficile abbatterli».
Ironia sul filo della comicità, dramma dei sentimenti, nevrosi… Quali sono le corde espressive inesplorate di Margherita Buy come attrice?
«Queste cose qua mi appartengono abbastanza. Le sento un po’ tutte. Mi piacerebbe un personaggio più passionale o di fantasia, meno legato alla realtà».
In chi si rispecchia?
«Ci ho pensato veramente tante volte… L’immagine di sé si costruisce negli anni. Io non sono mai contenta di chi sono. Immaginando un tipo di persona, mi identifico con una donna impegnata, non frivola, che lavora, che impiega il cervello in qualcosa di interessante».
La sua partita più importante?
«Per tutti la propria vita!».
Cosa ama della sua professione?
«Il lavoro è molto importante, mi aiuta a tirare fuori tante cose che non sarei riuscita a vivere, ad avere. Questo è uno di quei mestieri molto legati alla vita: vita e lavoro si intrecciano, a me piace tanto».
Si trova bene a recitare con le donne?
«È diverso. In questa commedia manca proprio l’uomo. In effetti è strano... c’è sempre un riferimento maschile, ma qui gli uomini sono solo evocati. È bello condividere tra donne il progetto e l’impegno di portare uno spettacolo al pubblico. Interessante devo dire».
È più felice come mamma o come attrice?
«Non lo so, prima lavoravo soltanto. Adesso sono molto felice, con tutte le difficoltà che comporta essere una persona che lavora, con i figli. Sono più contenta adesso».


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