Lovely day for a Picnic

venerdì 9 settembre 2005

ASCANIO CELESTINI RACCONTA

“SCEMO DI GUERRA”



Alla sua prima prova letteraria Ascanio Celestini in “Storie di uno scemo di guerra” parte dalla verità del racconto autobiografico del padre sulla fine della seconda guerra mondiale e compone un testo in cui la memoria e la fantasia sono intessute insieme. Dal libro al palcoscenico, lo spettacolo presentato alla Biennale di Venezia nel 2004 è in scena martedì 13 e mercoledì 14 settembre nell’ambito del festival “Bella Ciao. Il Balsamo della memoria” presso l’ex Istituto Luce (piazza Cinecittà 11-Municipio X).
La letteratura ha la priorità o va di pari passo con il teatro?
«“Storie di uno scemo di guerra” nasce come scrittura letteraria, racconto lungo o romanzo breve. Ho iniziato scrivendo il libro sulla storia di mio padre, che nasce come storia vera, lui la raccontava come la sua storia, importante per la sua identità, era quella che gli si chiedeva di raccontare sulla liberazione di Roma e l’entrata degli americani. Poi, strada facendo, lo spettacolo è nato quasi accidentalmente in fase di scrittura: invitato alla Biennale di Venezia ho pensato di raccontarla lì quella storia, che fa da cornice agli altri racconti, come il cecchino della Ciociaria che muore e risorge - che ovviamente non è una storia vera – o come il bombardamento di San Lorenzo (che sta solamente nel libro e non nello spettacolo). Le storie iniziano tutte come storie vere e poi diventano surreali. È vero il bombardamento, non è vero quello che succede al protagonista. A me interessa molto il lavoro sulla verità non tanto storica quanto personale, la verità dell’individuo, non quello che veramente è successo all’individuo, ma quello di cui l’individuo ha bisogno di parlare. Racconto quello che ho bisogno di raccontare, cercando storie che siano comprensibili a tutti. Voglio raccontare storie agli stessi che vedono “Domenica in”, che vanno allo stadio, che camminano per strada. Culturalmente la selezione la fa il fruitore che decide se la storia gli interessa o meno. Per questo ho scelto una lingua che non sia solo per i teatrofili».
Ho letto che Vincenzo Cerami definisce romanesco piccolo borghese il romanesco letterario usato nel tuo libro proprio perché comprensibile.
«Scrivo come parlo. Gli spettacoli sono innanzitutto pensati, subentra poi il lavoro di trascrizione delle storie che ho in mente. Uso le parole che conosco, semmai cerco di arricchire il mio vocabolario».
Ricorrente è un atteggiamento che sembra blasfemo… Il riferimento a Cristo e alla Madonna c’è sempre.
«Sì c’è sempre. Quelle di Gesù, della Madonna e dei santi sono storie straordinarie. Per me la religione è molto importante. Ma come insieme di storie. Chi crede, crede e basta, non cerca le prove. L’atto di fede è un regalarsi totalmente a Dio, oltre i dubbi e le domande sulla verità. Allora io utilizzo l’immaginario della cultura cattolica perché condiviso da tutti, anche e soprattutto da quelli che non credono».
Qualche anticipazione sul prossimo spettacolo?
«Si tratta di un bambino che finisce al manicomio. Il protagonista dopo trentacinque anni esce e va a fare la spesa, si accorge che il supermercato è il contrario del manicomio, ma in qualche maniera è un manicomio anche quello e lui non sa stare né dentro né fuori, vive questa impossibilità».
Alda Merini per esempio parla con divertita ironia della sua esperienza manicomiale.
«Quella è già letteratura! Prendiamo il rastrellamento del Quadraro. A me interessano i racconti di elettricisti, falegnami, muratori che non hanno scritto le loro esperienze perché dovevano lavorare. Hanno la loro storia e si vergognano pure di raccontarla».



Titolo: Storie di uno scemo di guerra
Autore: Ascanio Celestini
Editore: Einaudi
Collana: ET Scrittori
Numero di pagine: 162

«Il 4 giugno 1944 mio padre c’aveva otto anni. Mio padre diceva che rischiò di morire per una cipolla. Per quella cipolla uno scemo di guerra gli sparò addosso. Mio padre diceva che lo mancò per un pelo, ma perse la cipolla. Diceva che i tedeschi scappavano da Roma e gli alleati stavano arrivando. Tutti ’sti soldati attraversavano la città da sud verso nord, e invece lui per tornarsene a casa andava nella direzione opposta. Mio padre diceva che camminò contromano rispetto alla Storia».


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