Nella rassegna di “Invito alla danza” l’interpretazione dell’étoile considerata l' erede di Margot Fonteyn
Nell’ambito della rassegna di “Invito alla danza”, presso l’Accademia Tedesca di Villa Massimo (L.go di Villa Massimo 1, ore 21.30), Viviana Durante è a Roma per danzare “Carmen, una storia mediterranea”. Tra i platani, la coreografia di Luciano Cannito dà suggestioni poetiche e evocative di luoghi imprecisati, in cui i personaggi vivono passioni struggenti e divoranti. L’ambientazione, priva dei prevedibili connotati della tradizione ispanico-gitana, vuole lasciare all’immaginazione il compito di collocare la vicenda in un presente che riguarda tutti, attualizzandone il mito. Nel ruolo di Don Josè il ballerino cubano Antonio Aguila. Il resto è affidato alle punte di una stella della danza, il cui successo internazionale si conferma di edizione in edizione. Viviana Durante è étoile del Royal Ballet di Londra, vincitrice dei più prestigiosi premi della danza britannica, nominata ballerina dell’anno in Giappone nel 2002. Nel 1990, al termine della rappresentazione del “Lago dei Cigni” le è stato consegnato il premio “British Ballet Award” quale migliore ballerina del Regno Unito.
Domani la seduzione di Carmen avrà le sue sembianze. Sarà l’emblema di una femminilità che si tinge anche di noir, trattandosi di una storia d’amore e morte. Il prossimo 29 luglio a Todi danzerà ne “L’Amour et son Amour”, in una serata ideata da Vittoria Ottolenghi.
Si può dire che la sua carriera sia iniziata a diciassette anni quando, dopo aver studiato alla scuola di ballo del Teatro dell’Opera di Roma, è entrata nel Royal Ballet di Londra. È stato subito un rincorrersi di successi. Quale balletto ricorda con maggiore soddisfazione?
«Ricordo in modo particolare l’interpretazione nel “Lago dei Cigni” di John Neumeier. Sono subentrata a una danzatrice che si era infortunata, quindi non me l’aspettavo minimamente. Lo spettacolo ha una vita propria, che deve continuare a dispetto delle contrarietà».
C’è stato un coinvolgimento emotivo nella resa del personaggio di Carmen?
«Sì, come sempre. Lavoro cercando di leggere il più possibile, faccio domande per comprendere e entrare nel ruolo pienamente. E’ stato così anche a proposito di “Anna Karenina”, a cui ho dato vita dopo l’immersione nel romanzo di Lev Tolstoj. La biografia personale e la struttura del personaggio non sono entità a se stanti, ma si arricchiscono vicendevolmente. Quando danzo, sono sempre in relazione con gli altri sulla scena, dove secondo me viene restituita la verità dei sentimenti. Quello che pensi o provi si vede, arriva direttamente al pubblico. Questo del resto accade nel teatro, altra mia passione».
Carmen può secondo lei suscitare ancora scandalo, rappresentare l’ “eterno femminino”?
«Non credo che Carmen sia più motivo di scandalo. Credo che invece sia uno dei volti della femminilità. Ma non voglio dire di più, perché vorrei che il pubblico leggesse lo spettacolo in base alla sua sensibilità».

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