I personaggi della comédie humaine tratteggiata da Molière (1622-1673) ne “Il misantropo” (1666) potrebbero rientrare in tre grandi gruppi: gli ipocriti consapevoli che mangiano la foglia, come Filinte; gli ipocriti inconsapevoli che scrivono poesie, come Oronte; i sinceri non privi di contraddizioni, come Alceste. C’è chi intrattiene, chi lusinga, chi piace, chi compiace, e chi no. Alceste è uno che taglia via i fronzoli, opta per l’onestà schietta e cordiale. Spassionatamente diretto e con uno stile piuttosto a ciò che pensa, ha eletto il suo codice linguistico a metodo di lettura e interpretazione della realtà in cui si trova. È un autolesionista che dispera ma non desiste. Nello scambio incrociato di verità e finzione, di autosufficienza onnipotente e smascheramento demistificante, nella commistione competitiva di teatro e religione di cui il drammaturgo francese è autore, Alceste fa dell’enunciato un atto sostanziale, conforme al vero, questa la sua ortodossia. Dirimente è la parola. Il sonetto di Oronte suona inascoltabile alle sue orecchie perché la melassa in versi risulta di gusto convenzionale e non permeata da sentimento alcuno, ciò renderebbe Parigi o il salotto o la corte luogo di gesti posticci. Il presupposto illocutorio del suo idioma, la glossematica di cui si fa promotore caratterizzano la sociosfera delle relazioni come inautentica e inabitabile. L’amore infelice per Célimène è la raison d’être dell’incongruenza bizzarra e barocca che lo affligge, il coinvolgimento dei sensi e il pathos lo rendono speciale officiante di una redenzione non richiesta, involontario farceur. “Il misantropo”, traduzione di Cesare Garboli e regia di Massimo Castri, in scena al teatro Argentina ancora fino al 7 novembre, molto deve alla maestria del pluriconfermato abile mattatore Massimo Popolizio. Gli attori entrano ed escono da un ambiente chiaro, associabile a una tomba egizia a ipogeo, un sepolcro luminoso i cui ingressi bassi rispetto alla monumentalità dell’ampia scatola scenica non possono non rimandare persino al mausoleo dannunziano del Vittoriale (scene e costumi di Maurizio Balò). I duetti tra Alceste e Filinte (Graziano Piazza) ripropongono la contesa perenne, e irrisolta, tra ragion poetica e ragion di stato.
cartellone argentina - stagione 10.11
Il misantropo
12 ottobre | 7 novembre .10
Prima nazionale
di Molièreregia Massimo Castri
traduzione Cesare Garboli


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