Una delle questioni che dà l’avvio alla pièce riguarda l’ Estetica: se il bello sia brutto o brutto il bello. Che siano i demoni di Dostoevskij in “Memorie dal sottosuolo” o gli spettri di Shakespeare, l’arte deteriore, privata del tutto e ridotta a criminosa debolezza, bramosia sonnambolica, incosciente concupiscenza, è ciò di cui si occupa Gabriele Lavia. Protagonista e regista della cupa messinscena di notevole impatto visivo, dimostra di averla tutta la sapienza del mestiere, volta all’azione da mostrare al pubblico. Non più intonazione o dicitura di parole, la recitazione è prendere corpo. Malvagio carnale sanguinario re, Macbeth è altresì sciocco, sedotto e manipolato dalla sua Lady, immiserito dalla sua e altrui avidità. Sfoggia un manipolo di militari al suo servizio e Yes Men di corte. La compagnia dimostra una proliferazione che moltiplica un identico prototipo umano, sagome di colore uscite dallo stesso stencil. Quando lui abbraccia lei (il modello femminile è androgino), le due teste coronate poggiano sulle stesse gambe, stringono lo stesso scettro, costituiscono un corpo ermafrodito che brandisce spade. Tra fumose atmosfere neogotiche che rimandano a una turpe Camelot e resti di edifici bombardati, il sovrano colpevole è la risultante delle due metà ricondotte a unità in un medesimo organismo. L’allestimento sfrutta la trasparenza di sipari che mostrano avvenuti delitti, presenta cadaveri cosparsi di fiotti ematici, riproduce una struttura terrazzata simile al michelangiolesco monumento funebre delle Cappelle Medicee, sembra quindi offrire la morte nel doppio codice manierista e pulp.
Macbeth di William Shakespeare
Compagnia Lavia Anagni
Dall’1 al 13 dicembre 2009 al Teatro Quirino di Roma

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