Lovely day for a Picnic

martedì 15 gennaio 2008

VEDERE E NON VEDERE

LA NOTTE DI MOLLY SWEENEY



Lo spettacolo è ispirato a un fatto vero raccontato dal neurologo Oliver Sacks nel saggio “Vedere e non vedere”. Verte sui problemi etici e filosofici che la cura dei pazienti può generare.
Si riapre l’interrogativo che William Molyneux sottopose all’amico John Locke: “Immaginiamo un uomo nato cieco e ormai adulto, a cui sia stato insegnato a distinguere un cubo da una sfera mediante il tatto e al quale venga ora data la vista; sarebbe egli in grado, prima di toccarli, di distinguerli, dire quale sia la sfera e quale il cubo, servendosi solo della vista?”.





Molly cieca dalla nascita è immersa nel buio ma vive, sperimenta, custodisce nel nascondimento la sua identità. Attraverso il tatto esplora la realtà, una cosa alla volta, con la gradualità di chi governa il proprio tempo di apprendimento in un regime di pace, conducendo il particolare all’universale. Servendosi della nomenclatura, dell’onomastica, del linguaggio, elegge a esistenza la realtà. La menomazione la rende sprovvista della possibilità di affrontare l’esistente con giudizi precedentemente formulati, nel suo serbatoio emotivo e cognitivo ogni esperienza cade unica e pura. L’handicap si rivela privilegio perché fa di lei una pioniera. Lo sguardo avvilito non le ottiene visioni ma la conduce all’ebbrezza del continuo superamento di un ostacolo: osa tuffarsi in acqua e nuotare, osa lanciarsi in pista e ballare, osa andare in bicicletta. Al riparo dalla Storia, nella camera oscura o antro platonico della sua mente, è autrice del Mito. Molly accetta di sottoporsi a un’operazione chirurgica che le permette parzialmente di vedere, ma da creatura eletta diventa caso clinico, vittima sacrificale del dottor Rice immolata sull’altare dell’ambizione. L’irruzione di una luce invasiva nella presentazione simultanea di immagini inintelligibili le annuncia che è finita la notte, la costringe ad affrontare una nuova giornata. Quello che era un felice dominio di sé diventa terra occupata, espropriata, colonizzata. Il trauma non è per il nuovo orientamento che le si impone dovendo re-imparare tutto in un’ostica alfabetizzazione, quanto per il fatto che un idioma cancella l’altro, che la nuova sapienza annulla e inquina la precedente senza possibilità di integrazione o traduzione. La donna sceglie il martirio psichiatrico sperando che nell’involuzione della personalità possa retrocedere alla zona psichica di esclusività assoluta, remota, archetipica, in cui prima si trovava.  La drammaturgia di Andrea De Rosa fa del testo di Brian Friel una costruzione soprattutto percettiva, sonora, in cui la musicalità dei monologhi dei tre personaggi – resi dal formidabile trittico costituito da Umberto Orsini, Valentina Sperlì e Leonardo Capuano – oltre a rendere vocalmente nude le emozioni dei vissuti (incanto, ardimento, rabbia, delusione), grazie alla sottrazione visiva cui è sottoposto inizialmente il pubblico, produce un fenomeno raro: lo stupore.

8 Gennaio - 27 Gennaio 2008

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