“Tre sorelle” di Cechov per la regia di Massimo Castri inizia così, con un esordio vocalmente muto scandito dal rumore delle stoviglie, quelle che la balia dispone con pacatezza sulla tavola dopo aver steso un’ampia tovaglia bianca, prima che l’arrivo dei convitati a mensa turbi l’atmosfera e la quiete sia percossa dalle tensioni di una famiglia. Anfisa (Barbara Valmorin), materna eco di accudimento, compie una ritualità che permette il sostentamento, banali gesti quotidiani entrano nella dimensione del sempre. La vita dimessa ritualizzata nella partitura silente parla un linguaggio che sa di eternità. In corso di pièce il ritmo slavo, pur conforme al dipanarsi degli accadimenti, si perde.
Occasioni di riunione per il gruppo di donne sole e militari inoperosi sono gli anniversari.
In una zona di frontiera senza più guerre da combattere il manipolo rischia crisi identitarie, vive lo scacco della volontà, la rassegnazione. In un adesso senza vie di fuga Olga invecchia sola, Masha ama disperatamente il colonnello Versinin e non più suo marito, Irina nutre un entusiasmo che si inaridisce per le vie del mondo. Orfane, hanno un fratello, Andrej, sposato con Natasha. Il vecchio medico Cebutykin (Renato Scarpa) rispecchia emblematico il mitigato nichilismo dell’autore nonostante la fede nella scienza, rappresenta l’inerzia di classe della vecchia Russia, si incarica delle rotture di tono, fanfarone contrasta il pathos di un limbo di anime. Lo sguardo volto indietro, al tempo perduto, non ha la prospettiva del futuro. La nostalgia per l’età trascorsa, l’anelito a Mosca, l’entropia sonnambolica, tutto, suggestivo quanto le atmosfere western del cinematografico Jim Jarmusch, è calato in un magnetismo musicale (Arturo Annecchino) e avvolto da monocromi fondali che sembrano metafisico-dechirichiani (Maurizio Balò). I dadi devono essere truccati... Il confronto con un fatum inesorabile, avverso alle idealità, preannuncia la minacciosa ignota forza che ossessionerà Harold Pinter. L’intenzione è quella di un sacrificio salvifico, c’è la crocifissione spirituale, ma non la redenzione (Olga dice: « ... Le nostre sofferenze prepareranno la gioia di chi verrà dopo di noi. La pace e la felicità scenderanno sulla terra e quelli che vivranno allora ci ricorderanno con una buona parola... »).
Castri descrive le attese come Degas le prove del balletto all’Opera o l’ippodromo prima delle corse, ma abbandona l’intuizione, non porta avanti fino in fondo la scelta stilistica della sospensione, cede alla routine del ben fatto.
Teatro Argentina di Roma dall'1 al 27 Ottobre 2007

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