Lovely day for a Picnic

sabato 7 ottobre 2006

PIPPO DELBONO, QUESTO BUIO FEROCE

Dark Fellini Dark

Dalla scoperta casuale in terra birmana di “Questo buio feroce”, cronaca dell’agonia dello scrittore americano Harold Brodkey minato dall’ HIV, Pippo Delbono intesse un maestoso canto notturno fatto di lirismo visionario, parossismo grottesco, romanticismo allucinato, cinica tenerezza nell’esibizione di magrezze estreme, nudità, handicap. La mesta, mai patetica, denuncia delle spersonalizzanti pratiche sanitarie, prelievi e analisi cliniche, si inserisce nel bianco di una stanza manicomiale, sepolcrale, azzerata, eppure luogo di sfilate fashion. Fanno irruzione sulla passerella quelle che sembrano maschere uscite dalla zucca di Halloween, in un’atmosfera da commedia dell’arte incancrenita intorno a cui si addensa l’eleganza old Venice, il ricordo di antichi fasti, la decadenza lagunare di Thomas Mann.     

Inquietante rêverie, anarchia beffarda, pasoliniano omaggio, apologia della povertà del Sud che permette con il sacrificio di sé l’aziendalismo del Nord, la pièce si offre come rancida torta glassata, si presenta come collage di allucinati frammenti performativi legati dal timbro pacato della voce di Delbono.
I superbi solipsismi arresi naufragano in un pittoricismo acido alla Tim Burton. Come pupazzi in plastilina, le sagome allungate di principi scheletrici vanno incontro a Cenerentole scampate alle urla. Dalla sobrietà del rigoroso monocromo rotto dai lucidi colori smaltati e dalle paillettes di costumi avveniristici si leva l’ennesimo outing, lo schiaffo lirico di un percorso onirico, il resoconto della liscia fluttuazione su una zattera fino all’estremo limite del viaggio, in attesa che cada l’ultimo sipario. Le voci distorte, stranianti appartengono a una clownerie crudele, a un travestitismo da fumetto horror-fantasy che scava nel torbido dei costumi sessuali etero.  L’incubo festoso, il carnevale grottesco, la parata caricaturale, gli assembramenti sureal-sulfurei di un livido popolo di reietti alieni vestiti di preziosità asiatiche evocano, nelle fattezze, le ascendenze gotiche delle tavole fiamminghe di Bosch e Bruegel. Si deposita sul quadro il sarcastico alone caleidoscopico del belga James Ensor. Momento topico è il calvario o martirio postmoderno dell’uomo a braccia allargate e gambe appena divaricate (dal modello vitruviano di Leonardo Da Vinci)  tirato da due funi, capro espiatorio, segno di un’anatomia artistica ferita a riproporre la necessaria tensione verso una mancata quadratura del cerchio. Morire di Aids e raccontarlo, “Questo buio feroce” di e con Pippo Delbono è al teatro Argentina fino a domenica 15 ottobre. 





Parliamo con il regista.

Con Bobò c’è una bella amicizia, non è vero?
«Bobò è uno dei personaggi. Qualche brutta letteratura teatrale aveva parlato di teatro con le persone diverse, ma non se ne parla nemmeno! Bobò è uno degli attori che lavora con me da anni, ha una storia particolare, è un grande professionista che pur essendo sordomuto è Arlecchino sul palco, ruolo che nasce dalla strada. Per me lui è l’attore che non viene dall’Accademia, ma dai livelli più disagiati della società, e va benissimo così».
Gli Arlecchini sono due…
«Esatto, anche Gianluca, quelle due figure per me riassumono il senso del teatro, il senso della vita, il senso del rito. Questo spettacolo si differenzia un pò dagli altri, ha un modo suo di narrare. Negli altri spettacoli sono essenzialmente regista, in questo lavoro che tocca zone profonde che mi appartengono sono più partecipe, ho come un pudore».
Che valore ha la nudità fisica oltre che emotiva in scena?
«Mah! Spesso purtroppo si sente quel muro culturale… ma forse la gente è più vicina di quello che noi pensiamo, il silenzio, l’attenzione in sala durante la pomeridiana erano considerevoli per essere un pubblico non abituato, il che dimostra che la gente è più sensibile di quel che pensiamo, c’era una commozione, una presenza, gli applausi. Non mi piace nemmeno classificare la gente in borghese o non borghese, sono categorie che lascerei un pò da parte, questo concetto non so bene cosa voglia dire più… borghesia è quando non vuoi più cambiare dentro».
Una descrizione di stati emotivi nello spettacolo...
«Detesto la finzione. Mi dà fastidio quando le cose non vengono fatte con amore, con passione, mi piace che vengano fatte con il cuore, non mi piace la formalità. Detesto ancora di più quando c’è cultura ma non c’è amore, non c’è impegno. È come privarsi della parte migliore».
E il lancio dei garofani?
«Non ho pensato direttamente a “Nelken” di Pina Bausch, però ho lavorato con lei, è una persona che stimo molto, ci conosciamo da vent’anni. Quando ero da Pina per me lei era tutto, ci sono dei maestri che ti cambiano il pensiero sul teatro, insegnano un senso più profondo di quello che si fa».
Una luce che sia anche trascendentale può accendersi nel buio cui si allude nel titolo della pièce?
«Assolutamente sì. Sono molto legato a una religione dell’essere umano profonda, a una spiritualità che non si distacchi dalla carne. Tra il vivere di spiritualità e vivere di religione c’è una bella differenza. L’essere umano può avere dentro di sé Dio e il demonio, insieme, che convivono. Personalmente penso che ognuno abbia in sé il Buddha, la luce che bisogna andare in fondo a cercare».




al Teatro Argentina di Roma dal 3 al 15 ottobre 2006




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