Lovely day for a Picnic

venerdì 28 luglio 2006

MONICA PEREGO AL FERONIA FESTIVAL

Cenerentola

Da una selezione di musiche di G. F. Handel su coreografia di Fabrizio Monteverde, il Balletto di Roma si esibisce domani sera alle 21.30 sul prestigioso palco del Feronia Festival nell’originale versione coreografica della fiaba “Cenerentola” dei Fratelli Grimm. Straordinaria la partecipazione di Monica Perego. A sedici anni nel Royal Ballet School di Londra, l’étoile è nel 1997 Prima Ballerina dell’“English National Ballet, dal 2002 libera professionista senza ancoraggi sicuri a compagnie di lustro, confermando il piglio fermo e volitivo consueto nelle scelte determinanti della sua vita. Stempera la vis polemica sullo stato attuale in cui versano danzatori e coreografi con affabilità e competenza. Dalla voce chiara emerge un’artista cui la passione professionale non ha tolto semplicità e umanità. 

La fiaba di “Cenerentola” sembra intramontabile, probabilmente l’hanno raccontata anche a lei da piccola. Cosa regna nel suo immaginario?
«Nel mio immaginario c’era la storia che tutti conoscono, con la fata turchina e ovviamente il Principe! Questa versione è un po’ diversa, più rapportata alla vita quotidiana: è ambientata in un collegio di sole donne, dove ci sono appunto le sorellastre. Non c’è la magia, non c’è la zucca che si trasforma con i topini. Monteverde ha voluto raccontare la fiaba attraverso le problematiche di tutti i giorni: i conflitti all’interno della famiglia, i problemi a scuola o al lavoro, le ingiustizie, l’emarginazione».

In lei, la donna e la ballerina sono cresciute sempre bene insieme?
«Ottima domanda. Diciamo che ho rinunciato a parecchie cose per la danza e per la carriera. Ho vinto un concorso a sedici anni e per inseguire il sogno della mia vita ho lasciato la famiglia e gli amici. Penso che questa scelta abbia significato molto, mi ha fatto forse crescere più velocemente. La donna e la ballerina penso siano andate sempre di pari passo».

Lei ha apertamente apprezzato l’avanzamento culturale inglese in fatto di danza. Quali sono le osservazioni sulle abitudini e le modalità professionali tipicamente italiane?
«Secondo me l’Italia per quanto riguarda la danza non è molto sviluppata. Penso ci sia un problema di fondo: la danza non è proposta alla massa, non viene spiegata. Quindi la massa non s’interessa tanto, ma potrebbe. In Inghilterra all’interno della mia ex compagnia, c’erano proprio delle persone incaricate ad avvicinare il pubblico, soprattutto giovanile. Spiegavano il balletto, facevano fare dei movimenti e poi portavano le scuole a vedere lo spettacolo. Questo è un modo per introdurre la danza classica a un pubblico più vasto».

La danza è considerata la sorella povera della lirica. È d’accordo?
«Diciamo di sì per le sovvenzioni, però a mio avviso sono due arti diverse. Una è più famosa, più seguita: l’opera italiana è più rinomata, mentre la gente ha la tendenza a considerare il balletto più noioso, con la paura di non capire quello che potrebbe vedere in uno spettacolo di danza».

Lei si comporta da diva?
«No, assolutamente. Io non amo le persone che ostentano. Purtroppo le ho incontrate. Ritengo di essere ancora la persona che ero, continuo a essere la Monica di sempre. Il mio lavoro è una passione ovviamente, però quando ripongo le scarpe nella borsa continuo a essere me stessa».

Come vive il suo corpo, come fisicità a cui dare l’anima? Come sede di emozioni a cui la tecnica dà risalto?
«Un po’ tutte e due. La tecnica bisogna averla, ma il nostro lavoro è più complesso di così. Non puoi solo avere tecnica. Nella mia carriera, il mio scopo è trasmettere emozioni al pubblico. Se io sto impersonando Cenerentola, vorrei che la gente guardasse e capisse che io sono Cenerentola e non Monica Perego che sta facendo Cenerentola. Questo determina la differenza tra una brava ballerina e un’artista».

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