Voci insistenti nella testa, vortici deliranti di parole che rendono il pensiero incongruo, ellittico, vago, movimenti impacciati, scattosi, stentati: tra allucinazioni uditive e deragliamenti della logica, coloro che sono affetti da patologie mentali e disabilità fisica costituiscono, da venticinque anni, il centro dell’interesse del regista e attore Dario D’Ambrosi. Il Teatro Patologico da lui fondato compie 25 anni. Presenza vicina e solidale, sguardo critico che ha creduto in lui e lo ha lanciato negli States, è Ellen Stewart. Il suo nome è legato al “Café La MaMa”, il più famoso teatro Off-Off Broadway. Nello scantinato che ha aperto nel ’62 con “One arm” di Tennensee Williams, sono più di 1400 i lavori patrocinati dalla Stewart, tra cui quelli di Sam Shepard. Molti gli incontri tra cui Peter Brook, Jerzy Grotowski, Eugenio Barba, Tadeusz Kantor. Insieme a D’Ambrosi, presso il teatro Colosseo a Roma, Ellen Stewart è stata premiata dal Presidente del Consiglio della Regione Lazio, Avv. Massimo Pineschi. Surrealismo, provocazioni grottesche, sarcasmo macabro rivestito di fantasia felliniana, D’Ambrosi combatte l’alienazione nelle zone della marginalità, quindi le convenzioni del vivere borghese, a favore del recupero di una sensibilità libera e felice. Ulteriore sforzo in questa direzione, è l’associazione “Il cavallo bianco”, costituita nel 1988 senza scopi di lucro, per conoscere e rappresentare il mondo patologico estromesso dalla scena abituale del vivere comune, laboratorio permanente sulle diversità che unisce le specifiche peculiarità di disabili e non, armonizzandole, rompendo il concetto univoco di realtà. Prossimo il progetto di una scuola di teatro per disabili fisici e psichici.
Chi è per lei Ellen Stewart?
«È tutto… è colei che ha donato la possibilità di creare il lavoro di questi venticinque anni. Grazie a lei è nato Dario D’Ambrosi, il Teatro Patologico e le tesi di laurea che tutti gli anni gli studenti scrivono. Grazie a lei nasce tutto».
Cosa sono questi venticinque anni?
«Tantissimo. Non solo anni passati a fare teatro, ma molto importanti per la ricerca e quando dico ricerca non dico la sperimentazione teatrale (quella che mette un bidè in palcoscenico e diventa strana), significa trovare veramente un modo nuovo per rappresentare la malattia emotivamente. È un po’ l’idea di questa nuova scuola, che verremo ad aprire la prossima primavera».
A proposito dello spettacolo “Il principe della follia” che provoca e scuote sul tema della reale accettazione del “diverso” in famiglia, cosa pensa dei pregiudizi: ce ne possiamo liberare?
«Mi piacciono questi spettacoli non tanto se sono belli o recitati bene, ma se ci mettono di fronte a qualcosa da cui non puoi scappare. Sarebbe semplice alzarsi e andarsene, però significherebbe scappare dalle situazioni di confronto. Ecco, secondo me non si tratta di pregiudizi, ma di confrontarsi con problematiche umanamente ineludibili».
La sua carriera di attore e regista ha avuto varie tappe significative…
«A diciannove anni vengo internato nell’ospedale psichiatrico “Paolo Pini” di Milano per fare una lunga ricerca sul problema della malattia mentale. Esco fuori, comincio a rappresentare alcuni spettacoli su dei casi clinici. Nell’80 debutto a New York e da lì, grazie alla vetrina del “Café La MaMa”, comincio anche a rappresentare i miei spettacoli in Italia. Da allora ho rappresentato diciotto spettacoli, tradotto e organizzato due film. Quando aprirò la scuola, capirò se veramente la ricerca avrà dato dei frutti, e allora sì che ci sarà una rivoluzione in campo teatrale».
A proposito di “INRI”, film da lei scritto e diretto a New York, può dirmi qualcosa?
«È un film assolutamente provocatorio, un po’ come tutti i miei spettacoli, dove tratto l’epilessia attraverso Gesù visto in chiave moderna. Sia medici che teologi, basandosi su ricerche storiche, mi hanno detto che probabilmente Gesù era epilettico, come San Pietro e Giovanna D’Arco. C’è il conflitto con Satana, che è una specie di terrorista con una cintura esplosiva a Times Square. Il film si chiude così».
Ha fede lei?
«Il film di Mel Gibson, “The Passion” (in cui D’Ambrosi ha la parte del flagellatore di Gesù, n.d.r.), mi ha fatto ritornare indietro nel tempo. Quand’ero piccolo frequentavo l’oratorio, ero chierichetto. Devo dire che l’oratorio è stato molto importante per me, perché mi ha tirato via dalla strada. La mia infanzia è stata contornata da tutta la malavita milanese: Vallanzasca per fare un nome. I preti sono stati molto importanti. Non vado in chiesa, però sono credente».


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