Mirandolina tien locanda a Firenze. Dirige la sua grande struttura di ricezione turistica ereditata dal padre, non sottoposta ad alcun padrone, quindi da sola (“scrive e sa far di conto meglio di qualunque giovane di negozio”), aiutata dal cameriere Fabrizio, eventuale futuro promesso sposo. Non è maritata. È corteggiata dai suoi ospiti, il marchese di Forlipopoli e il conte d'Albafiorita, conquistati innanzitutto dal posto vacante accanto a lei. Sorpreso dalla sua straordinaria franchezza è il cavaliere di Ripafratta, misogino convinto irriducibile al matrimonio, che alla fine si approssima a provare se non un sentimento almeno un moto emozionale non avverso a colei che lo compiace con un trattamento privilegiato. “Mirandolina fa altrui vedere come s’innamorano gli uomini …” così Carlo Goldoni nelle note dell’autore a chi legge. Non sappiamo perché voglia sedurlo, se o fino a che punto sia coinvolta nel gioco. L’enigma che le si addensa intorno riguarda in apparenza l’ars amandi (la storia critica della commedia, composta nel 1752, ha ravvisato un’anticipazione del dramma giocoso mozartiano vedendo in lei un don Giovanni in gonnella). L’attribuzione valoriale, di segno positivo o negativo, delle caratteristiche di Mirandolina, se sia cioè un personaggio odioso oppure no, cambia. Forse la connotazione nasce ambigua nella mente stessa del drammaturgo. Ella unisce in sé la freschezza e l’operatività di Colombina, le novità destabilizzanti del Secolo dei Lumi, lo spirito mordace della nascente borghesia. Pragmatica, accorta, sicura, indipendente, se ci si attiene alla consolidata distinzione di qualità pertinenti ai generi, il fascino di Mirandolina riceve maliziosi riverberi di maschilità. È lei a gestire la sua azienda, a guadagnare, a portare i pantaloni rendendo accessori gli uomini che le si assiepano intorno. Stavolta la leadership è donna. Scevra da leziosità, la regia impeccabile di Pietro Carriglio ricorda lo stile improntato alla pittura di Giorgio Morandi scelto da Visconti nella celebre lettura goldoniana del 1952. Per niente maliziosa Galatea Ranzi gioca le carte dell’austerità e dell’indecifrabilità delle intenzioni.
Produzione del Teatro Biondo di Palermo e del Teatro Stabile di Catania, “La locandiera” con Galatea Ranzi, Luca Lazzareschi, Sergio Basile, Luciano Roman, con la partecipazione di Nello Mascia, regia di Pietro Carriglio, è dal 16 al 28 marzo 2010 in scena al Teatro Eliseo di Roma.


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