Lovely day for a Picnic

lunedì 27 novembre 2006

DALLA GERMANIA POST MANIFESTO DI OBERHAUSEN

Petra Von Kant

Elegante disegnatrice di moda, moglie separata, madre di un’adolescente, assistita dalla silenziosa factotum Marlene, Petra Von Kant s’innamora della proletaria Karin. Verrà lasciata.

In un reclusivo nitore fermo e asettico, perimetro snob sovrastato da femmineo feticcio, si consuma la sua agonia. Non potendo stringere l’oggetto del desiderio, la passione saffica annega in un gorgo. Diventa invettiva, impeto freddo, bestemmia del ventre. Petra vorrebbe veramente essere morta. Abita un ambiente privo dell’umana scoria dell’impraticabile sentimento materno, una camera in cui regnano stilizzazione, rancore che si muta in brama di possesso, seduzione e morte. Nel segno di una disparità necessaria, la relazione con Marlene si regge su una venerazione sadomasochistica, impari e vampiristico anche il rapporto con Karin, allettata dal denaro e dalla promessa di una carriera. L’epilogo amoroso è denuncia di solitudine e odio. Il cuore tradito rinuncia al battito e diventa paralisi. A Petra sfuggono di bocca parole livide.

Sulla ribalta del teatro Argentina, la pièce firmata da Rainer Werner Fassbinder nel 1972 torna a interrogare le coscienze sul rapporto conflittuale tra maschio e femmina, la scelta omosessuale, la natura umana e il potere, l’amore. L’affettività disperata, autodistruttiva, totalizzante di una Didone nel milieu della Germania post “Manifesto di Oberhausen” lascia la pira e si configura dolente, blasfema, protagonista di una “Pietà” profana. Al vertice dello scenografico triangolo disegnato da un corpo adagiato e accolto da un altro, c’è la dedizione muta di una enigmatica Marlene, compagna in apparenza sottomessa in realtà dominante, in cui si ritira l’arresa carnalità di Petra ormai abbandonata da Karin. Nell’isterica accusatoria verbale, annientamento dell’io che prelude alla fine, l’eroina tragica che Laura Marinoni superbamente interpreta con immedesimazione temperamentosa e ironico straniamento, mischia pagane erotiche adulazioni a un sordo accenno alla preghiera del “Padre nostro”, frammento di Cielo che, solo, potrebbe curare la piagata lacerazione inflittale dalla lussuria. Con abito talare, dimentica della Divina Misericordia, Petra deride l’umiltà. E soccombe. Il ritmo musicale delle battute sdilinquisce nel finale, attardandosi nell’assordante decadenza barocca dell’eccesso marionettistico che il buio copre. Un simulacro Pop Art di Afrodite giganteggia nell’ostentazione del pelo pubico. “Le lacrime amare di Petra Von Kant” per la regia di Antonio Latella, è fino al 3 dicembre al teatro Argentina.



teatro Argentina di Roma dal 21.11.2006 al 03.12.2006

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